Galleria Ugo Ferranti -Giovedì 5 ottobre 2009 ore 18.30 Inaugura la mostra NUOCE di Jacopo Mattia Alegiani - Ed Edoardo Cicchetti
Due amici, che si conoscono da sempre.
Due personalità distinte, forti, che si sviluppano parallelamente, crescono e si avvicinano all’arte da percorsi molto diversi. Jacopo è tra i primi a praticare a Roma la tecnica del graffito, poi gradualmente passa alla pittura su tela, esponendo in gallerie private come in spazi pubblici ed è tra i fondatori della galleria Le Opere di Roma, Edoardo fin da giovanissimo fotografa, persone e oggetti, situazioni e attimi particolari, dai primi anni novanta come fotografo freelance, pubblica per alcuni quotidiani nazionali e realizza reportage sociali in Italia e in medio oriente, nel 1995 è tra i fondatori del collettivo video e società di produzioni “Fluid Video Crew”.
Da anni giocavano con l’idea di una mostra insieme, ma soltanto quando hanno focalizzato l’attenzione sullo stesso specifico oggetto, la televisione, questa collaborazione ha preso vita e si è concretizzata lo scorso maggio in Plasmati. Progetto/mostra che non si esauriva nell’allestimento dei video e fotografie di Cicchetti e delle tele di Alegiani in dialogo tra loro e come stimolo attivo per il pubblico ad interrogarsi sui contenuti e l’uso della televisione. E’ stata anche una provocazione nei confronti di chi sta dietro lo schermo, chi la televisione, come si dice, la “fa”, affinché offrissero una personale riflessione su se stessi e sugli effetti che le proprie parole e azioni possono avere sui telespettatori. Da questa provocazione è scaturito un particolare catalogo che, oltre al saggio della curatrice Camilla Costanzo, di cui riportiamo di seguito una sintesi, presenta la collezione dei testi dei personaggi televisivi che hanno deciso di partecipare in prima persona al progetto, mettendosi in gioco e a volte in discussione.
La nuova mostra rappresenta il passo successivo di Plasmati, in cui il legame diretto con questi personaggi, la loro presenza e interpretazioni non sono più necessari. Le opere ormai autonome parlano da sé.
I lavori di Alegiani e Cicchetti, che apparentemente più lontani non potrebbero essere, per tecnica di esecuzione e contenuto, in realtà pur nella differenza hanno aspetti comuni: il movimento insito e intrinseco nei video di Edoardo è lo stesso movimento seppure virtuale presente nelle tele di Jacopo; l’alterazione della variabile temporale dei video del primo corrisponde all’alterazione della variabile spaziale nelle tele del secondo. L’aspetto più interessante emerge nel dialogo tra le loro opere: esse insieme creano come un corto circuito, rimandando le une alle altre ed essendo le une contenute all’interno stesso delle altre. Nascendo da operazioni inverse tendono naturalmente ed energeticamente l’una verso l’altra, attraendosi.
Nella lavorazione delle opere di Cicchetti c’è una qualità meditativa, di assorbimento che si può definire zen, insieme ad una tecnica sofisticata, mentre per quelle di Jacopo sono caratteristiche gestualità istintiva, passionale, manipolazione veloce della materia pittorica, che però è vissuta, modellata e sofferta con una precisione maniacale nell’esecuzione.
Dietro i suoi lavori c’è una lunga ricerca e un’altrettanto lunga e paziente registrazione della materia prima dei video, ovvero delle immagini. Diversamente dal mero spettatore del tutto, onnivoro, operando delle scelte, seleziona ciò che registra e con un’ulteriore selezione nel montaggio, sceglie cosa e come mostrare, strappando quel velo di torpore e sciogliendo la forza di manipolazione delle immagini.
Lo stesso discorso è alla base del lavoro di Alegiani: fondamentale è il ribaltamento del ruolo dello spettatore, che da passivo e immobile è costretto al movimento, a scegliere una delle possibili angolazioni per cogliere le sfumature e i diversi dettagli dell’opera.
Dalla superficie zigrinata delle sottili griglie appaiono figure, volti o paesaggi che siano, solo attraverso il fisico spostamento: lo stesso atto di scelta operato a priori da Cicchetti, questa volta è a discrezione di chi osserva. Alegiani stimola o meglio costringe ad attivarsi per riuscire a percepire quello che ha celato dietro il suo strumentale velo.
L’occhio di Edoardo si trasfigura, abita l’oggetto della propria ricerca fino a diventare tutt’uno con le immagini che riprende. E quando le ripropone in un contesto completamente diverso da quello d’origine a volte le blocca e fissa nel tempo, altre volte le ripete ossessivamente a ritmo velocizzato, altre ancora le modifica, alterandole con ottiche deformanti. E sempre l’occhio, l’idea del suo scrutare, del controllo, come nel Grande fratello, o in 2001: Odissea nello spazio nel computer Hal 9000, danno origine ad alcuni degli ultimi lavori di Cicchetti nei quali i soggetti sono come compressi, oltre che deformati, nello spazio circolare. In queste ultime foto, insieme ad alcuni contenuti tipici della pubblicità, dai colori sgargianti e dalla reminiscenza Pop, ritorna il volto femminile, spesso pesantemente truccato. E’ così che la tv mostra e soprattutto vuole le donne: belle ma volgari, appariscenti ma vuote, sensuali, per usare un eufemismo, ma stupide, e sempre assolutamente prive di sense of humor come di autoironia.
Jacopo invece ripropone, emulandolo nelle proporzioni e nelle dimensioni, l’oggetto del desiderio: lo schermo al plasma, che piace non tanto perché riproduce immagini ad alta risoluzione, ma perché rappresenta uno status symbol e soprattutto perché è grande. Per una volta è l’uomo che imita la macchina e non l’inverso: la mano dell’artista che, attraverso una tecnica pittorica di sovrapposizione di strati, riproduce l’effetto digitale delle immagini televisive. Il plasma così diventa un contenitore di immagini inconsuete: carte geografiche immaginarie o reali, volti deformati, paesaggi lunari.
La collaborazione tra queste due personalità è quotidiana per scelta reciproca, l’incontro tra i loro modi di intendere creatività è intenso: quello che si svolge è un dialogo aperto e franco su ogni dettaglio della propria come dell’altrui opera. Le discussioni, in cui lo scambio dal piano verbale pare da un momento all’altro posa passare a quello fisico, sono frequenti, ma così come i toni si sono alzati ritornano subito ad un registro sereno, senza rancore. Oltre che stimolante è sinceramente divertente vederli all’opera: sembra proprio che divertirsi per primi sia una questione molto seria per loro.
L’attenzione che dedicano ad ogni minimo dettaglio è meticolosa: dalla scelta del font per il titolo della mostra, che riproduce quello dei pacchetti di sigarette, allo studio e riproposizione, nei grafici riportati di seguito, di alcune ricerche su come si siano modificati nel corso degli anni il lessico utilizzato in televisione dai giornalisti, il ritmo con cui vengono date le notizie, e le fonti dell’informazione.
La volontà alla base della loro ricerca artistica infatti è soprattutto quella di informare, di diffondere su diversi piani questi dati, far vedere in Italia, come all’estero, una selezione delle opere in mostra sarà esposta dal 3 al 6 dicembre, in concomitanza con Miami Art Basel, alla V&O Gallery di Miami, la situazione nella quale stiamo quotidianamente, lentamente ma inesorabilmente scivolando. Edoardo e Jacopo pongono infatti l’attenzione sul modo di guadare e soprattutto vedere la realtà: il filtro della televisione modifica, smussa, edulcora, fino ad elidere sezioni intere di quella che generalmente intendiamo come verità. I Plasmati si fermano ad osservare della tv i contenuti e le modalità con le quali questi vengono trasmessi, soprattutto nel contesto italiano. Cosa è vero? Cosa sta realmente accadendo? A chi dobbiamo credere? Quello che desideriamo deriva da un nostro autonomo moto interiore o piuttosto è l’inevitabile risultato della ripetizione di stimoli e messaggi più o meno subliminali cui siamo quotidianamente sottoposti? Perché continuiamo ogni giorno a cadere nella trappola, fisica e mentale, dello schermo televisivo? Perché passiamo o meglio sprechiamo il nostro tempo a osservare passivamente un personaggio che cammina in un prato, immaginando i suoi pensieri e sublimando le sue sensazioni, quando possiamo uscire di casa e camminare, muovere un piede dopo l’altro alla ricerca del prato più bello che i paraggi possano offrirci, pensando i nostri propri pensieri e sentendo le nostre vere emozioni? Non abbiamo ancora capito che la televisione Nuoce, a lungo fino ad uccidere. Una conversazione come un pensiero, la fantasia, come il dialogo. Dallo schermo televisivo tutto è volgarmente urlato e ripetuto parossisticamente, senza sosta e senza senso. Assurgono allo status di verità “cose” non meglio definibili, semplicemente per essere state dette “alla televisione”. Non ci colpiscono più la banalità e la stupidità che regnano incontrastate nelle fasce orarie di massimo ascolto, in cui pare vietato trasmettere bei film, quelli che riescono ad occupare solo la fascia immediatamente precedente l’alba. Siamo assuefatti completamente dalle nuove forme di intrattenimento: le fiction e i reality. Ironicamente le prime, escludendo solo e unicamente la perla di Boris, non presentano la minima fantasia creativa e quindi alcunché di “finzione” sia nei dialoghi sia nei personaggi, tristi quanto scontati e prevedibili, e i secondi, non riusciamo ad escluderne nessuno, non hanno assolutamente niente che si possa minimamente avvicinare ad una parvenza di realtà. La violenza, la volgarità, la competizione, la prostituzione del corpo e dello spirito sono mostrati e proposti come valori positivi.
Proprio la violenza è quella che domina l’installazione centrale presente in mostra, che dall’inizio del progetto ha cambiato forma, colore, posizione ma mai contenuto ed è il primo e ancora unico esperimento realizzato a quattro mani. Nessuno dei due artisti è o è mai stato riconducibile ad un unico campo d’azione: fotografia, graffiti, proiezioni, pittura, video sono stati tutti sperimentati ampiamente e liberamente. Se l’installazione è un terreno ancora tutto da esplorare e percorrere, l’approccio è lo stesso usato per gli altri media: quello della sperimentazione più libera, un gioco quasi, solo una delle possibilità per esprimere le propria opposizione all’omologazione, alla banalizzazione, all’appiattimento culturale, causato dal mezzo di comunicazione di massa numero uno. Tableau vivent? Ricostruzione di una “scena del crimine”? Fermo immagine di un film dell’orrore? La risposta è Nuoce. Fa male. Altera. Inebetisce. Seda. Addormenta. Neutralizza. Appiattisce. Anestetizza. Lobotomizza. In ultima analisi, più o meno lentamente, uccide.
Ciò che appare sotto gli occhi in tutta la sua durezza e crudezza è la materializzazione fisica dello stato in cui vengono ridotti il cervello medio e un corpo medio di un medio essere umano in conseguenza alla media esposizione al mezzo televisivo.
Gli occhi sotto i quali si svolge il misfatto oltre a quelli dei visitatori sono quelli presenti in uno dei video, proiettato in loop: nel tempo diventano sempre più agitati, sempre più rossi, sempre più consumati e svuotati dal guardare fine a se stesso, senza mai vedere.
Alegiani e Cicchetti non propongono una soluzione alla sua continua intossicazione e al suo dilagante potere, ma sollevano il problema e invitano ad una riflessione, in un momento storico in cui l’elettrodomestico TV ha raggiunto e forse definitivamente “plasmato” ogni sua possibile preda.
Se con Plasmati, citando una pubblicità in voga negli anni novanta, Cicchetti e Alegiani sembrava dicessero “potevamo stupirvi con effetti speciali”, cosa che in effetti è avvenuta nella prima mostra, in questa vanno più a fondo, colpiscono più duro sia la televisione sia gli spettatori che continuano a consumarla e a lasciarsi da essa consumare ora dopo ora, giorno dopo giorno. Edoardo e Jacopo attraverso le loro opere a costoro hanno qualcosa da dire, da urlare: NUOCE!

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