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Buddismo e Società n.100 settembre ottobre 2003
Speciale Percorsi di libertà:

La folla dentro il cuore

di Gianna Mazzini
Una compassione spontanea



La libertà ha a che fare col superamento della paura. Quella paura che erige muri contro la sofferenza, ci fa guardare gli altri con sospetto, ci fa sentire distanti, separati, isolati.
Che ci fa dire quello che non pensiamo, o imporre ad altri di pensare ciò che non pensano. Una paura che nasconde, che cerca di rompere l’invisibile legame che ci lega a tutti, tutte e tutto. Un legame che invece di togliere, aggiunge: saggezza, felicità, forza.
E allora ogni atto di consapevolezza di quel legame, ogni atto di compassione, è un atto di libertà.

La libertà appoggiata sulla scrivania, qui, accanto al computer e una fetta di pane.
La libertà intorno al collo come una sciarpa di lana. La libertà che si tocca, come un pezzo di carta, una pianta, un grissino. Come una cosa che si vede, che ha una forma, un colore, una sostanza. E non come una cosa liscia, astratta, senza spigoli. Non come qualcosa che sta su una pagina di storia, o nella scena di un film.
L’ho letto, l’ho visto, lo so, che un giorno le donne afgane non hanno più potuto, per ordine vigliacco di qualcuno e ubbidienza colpevole di altri, lavarsi, studiare e vivere come prima.
E che un altro giorno, per fame di potere, donne e uomini africani hanno cominciato a essere rapiti dai loro posti e trascinati a forza in una terra nuova, che è diventata la loro con le catene, gli stupri, le botte. Lo so che uomini e donne ebrei, a un certo punto sono stati isolati dalle leggi, circondati dal sospetto, quindi infilati nei treni, stipati stretti, a morire lontani, a mucchi, annullati negli occhi.
L’ho letto, l’ho visto. So o penso di sapere qualcosa della libertà. Penso di saperla riconoscere, la libertà, penso di riuscire ad accorgermi di quando non c’è più. Penso che ci riusciamo tutti ed è per questo che la libertà la troviamo scritta nei libri e raccontata nei film.
Per imparare a riconoscerla, a sentire quando se ne va, anche quando lo fa zitta zitta.
Perché in genere succede così. Che la libertà, quando se ne va, non te ne accorgi.
Succede quando la paura vince sulle relazioni. Si allargano i solchi fra me e gli altri. Non li riconosco più come simili e penso: se è successo, qualcosa, loro, avranno pur fatto per meritarselo. Gli ebrei, le afgane, i neri. Gli zingari, i palestinesi, le ragazze sulla strada. Lo so che non sono liberi, ma io sì. Sciarpa di lana al collo, la mia libertà non diminuisce se manca la loro. Mi dispiace. Ma io ho fatto tanti sforzi per arrivare fin qui e non posso occuparmi del mondo.
Bugia.
La fitta che sento allo stomaco mi dice che è una bugia. E che in realtà io ho paura. Paura di sentire il legame. Come i medici quando si costruiscono una distanza emotiva dai dolori dei pazienti per non soccombere, allora noi ci tiriamo su un bel muro di pensieri, poi facciamo il tetto, le finestre a ogni stanza e la porta. Qui faccio entrare solo chi dico io.
Di cosa avevano paura quelli che consegnavano gli ebrei alla Gestapo? Di cosa avevano paura gli affiliati del Ku Klux Klan? Di che cosa abbiamo paura noi quando incontriamo gli sguardi di chi ha fame?
Per parlare davvero di libertà bisogna prima parlare di paura.
La paura è una strana malattia, una specie di bacillo che si mangia i pensieri.
Non sono libera quando i miei gesti sono nelle mani di qualcuno o di qualcosa che mi prescinde. Non sono libera se non sono io a decidere di me e della mia vita. Posso anche non avere alcun vincolo che mi costringe eppure sentirmi incatenata e ferma. Posso annegare negli agi e nelle possibilità eppure sentire la prigione. Posso persino organizzare la mia paura e farla diventare una squadra, un esercito, uno stato. Posso coinvolgere mille altri nella mia gabbia e illudermi che sia bene così. La paura diventa allora la base gracile di molte colonne. Diventa un tacito accordo: dato che ho paura di te ti combatto. Dato che ti temo progetto di annientarti. O di tenerti sotto controllo. Limito le tue libertà. Uso i tuoi talenti, ti succhio l’energia, le risorse, le capacità, perché funziona così. E non ho più paura.
Sono dentro un gioco malefico ma non ho più paura. Ho io il “banco”.

Quando i termini della questione diventano questi, così crudi e concreti, le parole appaiono improvvisamente leggere, anche quelle belle come “libertà”.
Bisogna allora farle scendere a terra, vedere come ci stanno accanto. Restituire loro forza e concretezza, ridargli senso. Riscrivercele dentro il cuore.
Riparto da un’idea di libertà piccola, la libertà quotidiana. Mi serve di imparare a riconoscere e difendere quella. Certo è un lusso da persone fortunate: che sanno cosa mangeranno la sera, che vivono in case con la luce e l’acqua e i mobili e anche i quadri.
Sento la mia libertà in pericolo quando non mi sento vista. Quando parlo con qualcuno che ha già in mente un’idea, un principio, un giudizio già formato. Quando chi mi sta di fronte non tiene in conto che siamo diversi, diverse le vite, le esperienze, forse anche il sentire. E invece generalizza e mi infila in una categoria, un gruppo, una tribù. Sento la mia libertà in pericolo quando, per paura di perdere qualcosa, compiaccio, condivido, dico di sì e invece non è vero. Quando faccio finta di pensare una cosa che non penso. Quando rimango in una situazione che so che non porta valore. Come se avessi alle caviglie catene invisibili a trattenermi lì, nella paura. In questa specie di pozza scura che annienta la mia capacità di correre. Spostarmi. Andare via di là.
La libertà ha a che fare col superamento della paura.
Ho paura quando penso il mondo freddo, crudo, un posto dove ognuno vive separato dal resto, vive in battaglia, elmetto sulla testa e via, in trincea. Quando accade così, cioè quando mi percepisco sola, divisa, separata dal mondo, gli altri sono una minaccia, diventano avversari. Concorrenti. Qualcuno con cui spartire una torta. E io la voglio tutta per me. Soprattutto se ho fame.
Ma il Buddismo dice un’altra cosa, dice che non esiste nulla di chiuso in sé, di isolato e separato dal resto. Che c’è tutto l’universo dentro di noi se solo ci disponiamo a sentirlo. Dice che la solitudine è un’illusione, che in realtà noi siamo tutti legati come da fili invisibili, come se avessimo una “folla nel cuore” (per citare il titolo di un bellissimo libro di Luisa Muraro). Nel Buddismo non si parla di “persone” e “cose”, ma di “relazioni fra le persone e le cose”. Al Buddismo interessano i legami, i nessi, i fili che legano noi, noi e gli altri, noi e le cose d’intorno. Io non sono un blocco granitico distinto. Anch’io sono il risultato dell’unione di cinque pezzi: io nasco perché il corpo (la forma, il primo aggregato) si unisce e contiene la capacità di provare sensazioni (la percezione o secondo aggregato), la capacità di fare pensieri (la concezione o terzo aggregato), la capacità di agire (la volizione o quarto aggregato) e la coscienza (o quinto aggregato). Dentro di me, continuamente, si incontrano e si scontrano questi cinque pezzi. E io sono il risultato della relazione fra il mio corpo, le mie sensazioni, i miei pensieri, le mie azioni e la mia coscienza. Sto bene quando questi pezzi vanno d’accordo, soffro quando litigano: se il mio corpo desidera una cosa e i miei pensieri un’altra. O se con la mente decido una cosa ma non sono capace di agire in quella direzione. Miliardi di fili invisibili eppure concreti mi legano agli altri e al cielo, alla terra e alle stelle. E la vita sta proprio qui: in questo incrocio magico di tessuti.
È che non riconoscendo i legami diventiamo davvero soli e sole. Coi fili penzuli e la guerra in corpo. E invece non ci sono nemici, se non la mia testa illusa di essere isolata e distinta. Perché all’altro capo dei miliardi di fili che mi legano al mondo ci sono sempre io. Quando prego lo so, lo sento che è così. E allora provo a uscire dalla spirale della paura che annienta la mia libertà (quella piccola come quella grande) avendo nel mio orizzonte qualcun altro. Il mio nemico, il mio vicino, mia sorella, la mia sposa, mio marito, mia figlia, il mio cane, le altre parti di me. Chiunque mi faccia uscire dall’illusione dell’io solo, separato dagli altri e in lotta continua per guadagnarsi un centimetro di vita. Non c’è autentica felicità se chi mi sta intorno è infelice. Se sono capace di non sentire il suo dolore è solo perché mi illudo di aver staccato il filo che ci lega. E ignoro che questo gesto ha un costo altissimo. Nell’illusione di proteggermi dai dolori mi invento un’idea di mondo ghiaccia. Parziale.
Il Buddismo dice che occuparsi degli altri è una forma di consapevolezza della realtà complessa della vita, del costante aggiustarsi di parti fra di loro in relazione. Dice che la compassione è qualcosa che si dovrebbe esprimere in maniera spontanea e naturale nelle proprie azioni e nelle funzioni del nostro cuore. Parlare, tendere una mano, esporre la Legge sono tutti atti di compassione. Atti di consapevolezza del legame.
Mi viene in mente una cosa: che quando si parla del Budda si usano sempre espressioni che implicano un’assenza totale di limitazioni. Il Budda ha una saggezza inesauribile, ha una compassione infinita, ha una forza vitale inarrestabile. E questo perché la sua saggezza è la somma di tutte le saggezze del mondo, la sua forza è la somma di tutte le forze del mondo e così la sua felicità. Come se sotto la terra, coi nostri piedi, comunicassimo con tutto il resto, con quella gioia infinita che tiene insieme l’universo.
Per dirla con Emily Dickinson: «La folla dentro il cuore /nessuna polizia potrà disperdere».
Questa sì che è libertà.

Etichette: buddismo di nichiren daishonin

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