Buddismo e Società n.129 luglio agosto 2008
Speciale:
Come davanti allo specchio
di Lodovico Prola
PER TRASFORMARE UNA RELAZIONE CHE CI FA SOFFRIRE SPESSO CERCHIAMO DI CAMBIARE L'ALTRA PERSONA, MA È COME BUTTARE VIA LO SPECCHIO CON L'IMMAGINE SGRADITA: LA TEORIA DEI DIECI FATTORI INSEGNA CHE SOLO LUCIDANDO IL NOSTRO SPECCHIO INTERNO POSSIAMO TRASFORMARE LA SOFFERENZA E L'AMBIENTE ESTERNO
Avevo da poco iniziato a praticare il Buddismo e mi ero tuffato anima e corpo nello studio della sua profonda filosofia. La mia comprensione era decisamente teorica, ma prendeva vita e diveniva concreta di momento in momento, ogni volta che rileggevo gli episodi della mia vita quotidiana alla luce dei principi che con passione e costanza avevo studiato.
Un giorno una ragazza del gruppo di cui ero appena divenuto responsabile mi chiese di incontrare un suo amico per parlargli del Buddismo. Si presentò con un giovane giornalista dall'aria saccente e strafottente, che non mancava occasione di sfottere e di attaccar briga. Provammo a recitare Daimoku, ma si alzò e, lasciata la mia stanza, si mise a girare per casa (ero ancora dai miei) facendomi definitivamente perdere la pazienza: «Ma chi diavolo mi hai portato?! - chiesi poi alla mia amica - È davvero arrogante e insopportabile!». «Bravo - mi disse - non sta affatto bene, ed è per questo che ho voluto che lo conoscessi. Dobbiamo assolutamente fare qualcosa per lui!». Quelle semplici parole aprirono uno squarcio nella mia vita, una sorta di piccola e profonda Illuminazione. Il principio buddista dei dieci fattori1, che tante volte avevo letto e studiato nella teoria, improvvisamente diveniva chiaro, concreto e lampante. Come mai quella persona a me "faceva soffrire", facendomi andare su tutte le furie, e alla mia amica suscitava compassione, accendendo in lei il desiderio di aiutarla a tutti i costi?
Il problema, il mio problema, non era che quella persona aveva un qualche difetto, ma che io ne soffrissi. «Certo - pensai allora - occorre aiutare quella persona, ma questa è un'altra questione. Devo fare qualcosa per curare la mia sofferenza. Devo in fretta cambiare qualcosa dentro me stesso».
Analizziamo la questione alla luce della teoria dei dieci fattori concentrandoci in particolare su quattro di essi: la causa interna, la causa esterna o relazione, l'effetto latente e l'effetto manifesto. La causa interna è la causa karmica, cioè l'azione verbale mentale e fisica posta nel passato che giace latente nella nostra vita. Legato inscindibilmente alla causa interna, esiste dentro di noi un corrispondente effetto latente. Siamo abituati a considerare causa ed effetto separati da un lasso temporale, ma nella profondità della nostra vita causa interna ed effetto latente si formano contemporaneamente. Stimolato da una causa esterna appropriata, l'effetto latente collegato alla nostra causa interna diventerà manifesto. Potremmo dire, rischiando forse di semplificare la questione, che se la causa karmica era un'offesa alla vita l'effetto sarà la sofferenza, mentre se la causa karmica era un'azione (a uno qualsiasi dei tre livelli di pensieri, parole e azioni) volta a sostenere o lodare la vita, l'effetto sarà felicità. L'intensità dell'effetto dipenderà dalla forza e dalla natura della causa.
La causa esterna o relazione è il settimo dei dieci fattori. Potremmo dire che tutti i problemi di relazione siano in qualche modo legati alla comprensione del funzionamento di questo settimo fattore. L'altro non è che un catalizzatore che fa sì che la forza vitale si muova in risposta alla causa interna. Ogni attività della nostra vita avviene come risultato o risposta a qualche stimolo esterno. Ma la vera causa è la causa interna all'essere umano.
Anni fa Mitsuhiro Kaneda, attualmente direttore generale onorario dell'IBISG, spiegò il funzionamento di questi quattro fattori facendo un chiarissimo esempio: immaginiamo che la nostra mano destra sia la nostra causa interna e quella sinistra la causa esterna. Affinché si manifesti l'applauso, cioè un effetto manifesto, occorrono entrambe le mani. Se esiste solo la causa interna, ma non c'è l'occasione appropriata, non si produrrà nessun effetto. Così nella nostra vita ci possono essere molte cose da sistemare, ma finché non viviamo accanto agli altri, difficilmente ce ne accorgeremo. Per questo è così importante (e talvolta difficile) vivere nella comunità buddista.
Analogamente se c'è solo la causa esterna, ad esempio una persona che si comporta male con noi, ma non c'è alcuna causa interna da innescare, non si manifesta alcun effetto, cioè non proviamo alcuna sofferenza. Anzi, se abbiamo uno stato vitale alto sentiremo compassione. Possiamo perdere tempo quanto vogliamo prendendocela con gli altri per la nostra sofferenza, ma se davvero vogliamo cambiare la situazione occorre agire sulla causa interna. Continuare a pensare "l'altro mi fa soffrire" oppure "lui è il colpevole e io la vittima" non porta molto lontano ed è decisamente una visione assai poco buddista.
Talvolta si dice che le persone che ci circondano funzionino come uno specchio che può mostrare ciò che nella nostra vita dobbiamo sistemare. Se soffro ad esempio per una relazione sentimentale, posso liberamente pensare che sarò felice solo quando il mio partner cambierà. Posso litigare tutti i giorni intimandogli di cambiare, oppure posso decidere di desistere e cambiare partner. Ma è come se volessimo pulire, rompere o sostituire uno specchio. In genere il risultato non cambia. «Risveglia in te una profonda fede e lucida il tuo specchio notte e giorno. Come puoi lucidarlo? Solo recitando Nam-myoho-renge-kyo» (SND, 4, 5).
Quello che suggerisce il Buddismo è di "pulire" noi stessi, trasformando il nostro karma. Occorre assumersi la responsabilità di ogni aspetto della nostra vita, comprese le relazioni più difficili, e decidere di partire da sé. Come al solito tutto inizia quando si smette di incolpare gli altri della propria sofferenza e si decide di cambiare se stessi. Solo allora la sofferenza svanisce e potremo trasformare anche le persone e l'ambiente circostante.