Buddismo e Società n.96 gennaio febbraio 2003
Una frase dal Gosho:
Attraverso il mare della sofferenza
di Marta Forte
La sofferenza sta nella vita. Non si può evitare. Il Buddismo insegna a non averne paura, a non far finta che non ci sia. A sperimentare quanto la fede serva per navigarci dentro
La sofferenza non si può evitare. Non è un luogo fisico dal quale riuscire a stare lontano, o un muro da aggirare, una strada da non prendere. Sta nelle cose. Nelle relazioni, nella pelle come nei pensieri. Sta persino nelle cose belle, nell’amare, nel dipingere un quadro, scrivere una poesia. Nel mettere o non mettere al mondo figli, nel vederli crescere e cambiare. Sta nei miei occhi che guardano mia madre invecchiare, nei ricordi delle cose non fatte, nel desiderio di comprare una macchina, una casa. Sta nel mio corpo che ha la febbre, che invecchia, si ammala, nella nostalgia. Sta nella vita. E può essere utile, può aiutare ad aggiungere senso alle cose, o inutile, sterile, ostacolo e basta.
Puoi viverla o subirla. Starci dentro come in una prigione, o come in un giardino di quelli tristi e spogli da far sorridere di fiori e semi, come in una casa tutta in disordine da rimettere a posto. C’è anche gioia nel rimettere a posto una casa, non soltanto fatica, c’è anche gioia nel provare ogni giorno a far diventare pieno di fiori un giardino, o una vita.
Il Buddismo insegna a non averne paura, a non rimuovere nulla, a non far finta che non ci sia. Insegna a farci i conti, a guardare in faccia la morte, la malattia, la vecchiaia, la fatica di rinascere ogni volta.
Shakyamuni partì dalla percezione di queste quattro sofferenze per intraprendere un cammino di ricerca che lo avrebbe portato a sentire dentro e fuori di sé la Legge mistica, a guardare le cose, tutte le cose, da un punto di vista infinitamente più largo.
Si dice spesso che pratichiamo per essere felici. Ma altrettanto spesso dimentichiamo di dire che la felicità non è assenza di dolore, non è una favola, non è la possibilità di non morire, non ammalarsi, non invecchiare. È saper invecchiare bene, è imparare che la morte è solo un punto della vita, e che nascere, tornare a vivere può avere il gusto di un viaggio che scegliamo di fare. Per noi, per gli altri, per manifestare tramite i nostri corpi, le nostre parole, quanto tutto ciò sia meravigliosamente vero e reale. Quanto ogni cosa, anche quella più brutta e dolorosa, nasconda senso e agio, quanto e come la mistica Legge di Nam-myoho-renge-kyo si manifesta.
Si legge nel capitolo XVI del Sutra del Loto: «Quando gli esseri viventi assistono alla fine di un kalpa e tutto arde in un grande fuoco, questa, la mia terra, rimane salva e illesa, costantemente popolata di dèi e di uomini. Le sale e i palazzi nei suoi giardini e nei suoi boschi sono adornati di gemme di varia natura. Alberi preziosi sono carichi di fiori e di frutti e là gli esseri viventi sono felici e a proprio agio. Gli dèi suonano tamburi celesti creando un’incessante sinfonia di suoni. Boccioli di mandarava piovono dal cielo posandosi sul Budda e sulla moltitudine. La mia pura terra non viene distrutta, eppure gli uomini la vedono consumarsi nel fuoco, ansia, paura e altre sofferenze predominano ovunque».
La terra è una, la vita è una. Eppure può essere in fiamme e generare ansia e dolore, o apparire come la pura terra del Budda, limpida e sicura. Ma la terra è sempre la stessa, sempre la stessa la vita. Cambia la percezione, cambia il modo di starci, pensarci. Cambia il modo in cui le cose le guardiamo, le sentiamo, le agiamo. Cambia lo “stato vitale”, secondo la terminologia buddista.
È la nostra mente a cambiare, a percepire quello che ci sta intorno come un inferno o come un luogo dove sperimentare la gioia di esserci e vivere. Perché la sofferenza che sentiamo radicata nella nostra carne e nella nostra storia, deriva dalle illusioni. Dall’illusione che nulla abbia senso, che tutto sia buio e privo di speranza, che le cose brutte, quelle dolorose, non abbiano in sé la meravigliosità della vita. Spesso deriva anche dall’illusione che quella meravigliosità non potremo mai capirla, abbracciarla per quello che è. Per questo Nichiren, pur sottolineando sempre quanto impegno richiede la strada verso l’Illuminazione, ci ricorda in tanti brani che essere Budda si può, che in fondo non è niente di straordinario perché la Buddità sta nella nostra vita, nelle nostre possibilità.
«Shakyamuni – scrive in Lettera a Niike – affermò: “All’inizio giurai di rendere tutti uguali a me, senza alcuna differenza tra noi”. Dunque non è difficile diventare un Budda come Shakyamuni. L’uovo di un uccello all’inizio non è che acqua, ma da quest’acqua si sviluppano il becco, gli occhi e tutto il resto e infine un uccello che vola nel cielo. Anche noi, benché abbiamo un corpo vile chiuso nel guscio dell’ignoranza, covati dalla recitazione di Nam-myoho-renge-kyo, sviluppiamo il becco dei trentadue aspetti del Budda e le piume delle sue ottanta doti e possiamo volare nel cielo della assoluta realtà. Il sutra del Nirvana afferma: “Tutti gli esseri umani sono rinchiusi nel guscio dell’ignoranza senza il becco della saggezza. Il Budda ritorna in questo mondo e, come l’uccello madre, rompe il guscio dell’ignoranza, affinché tutti gli uomini, come gli uccellini, possano lasciare il nido e librarsi nel cielo dell’Illuminazione”».
Certo, bisogna starci dentro a questa terra, per imparare anche a volare, percorrerla, incontrare i mille punti interrogativi che lasciano spazi bianchi alle nostre domande più profonde. Provare a riempirlo quel vuoto che ci accartoccia la mente ogni volta che viene da chiedere: «Perché vivo? perché devo morire? perché non posso avere tutto quello che desidero? perché mio padre si è ammalato? perché è tutto sempre così faticoso?». La sofferenza ce le ricorda domande così. Ci obbliga a non restare fermi, ci spinge ad andare sempre oltre rispetto a dove siamo. Così la morte di una persona che amavamo tanto può diventare l’occasione per trasformare il dolore della mancanza in ricerca di senso, di risposte. Così la malattia di mia sorella o mia madre può essere un momento decisivo per imparare a guardare il mio karma e quello della mia famiglia e decidere di affrontarlo, cambiarlo. Così la mia depressione è il terreno su cui sperimentare davvero la capacità di controllare la mente, di non lasciare che siano i pensieri oscuri che non scelgo a guidarmi. E così ogni cosa, se non ne ho spavento, se non mi ferma la paura. Perché anche la paura è illusione, e sofferenza, e una di quelle più tremende, più immobilizzanti.
C’è la paura di soffrire, e c’è quella di uscire dalla propria sofferenza per andare incontro a ciò che ancora non conosciamo. E ho visto tante persone soffrire per tanto tempo di quella sofferenza inutile che genera la paura. La sento muoversi tra la gente ogni volta che ascolto frasi del tipo: «Non so cosa fare, come faccio? non ci riesco, non posso». Ogni volta che le ascolto dentro di me.
A volte, quando i desideri non si realizzano, quando rimangono fermi nel limbo dei sogni che fa piacere sognare, e dolore non vivere, è proprio quella paura a decidere di noi. La paura di soffrire, la paura di incontrare ostacoli, o il giudizio negativo degli altri, la paura di mettersi in gioco e rischiare quelle poche certezze che si hanno, la paura del confronto, dello scontro, del cambiamento. Ecco, ecco che allora il dolore serve. Serve percepire la propria infelicità profonda, la sofferenza per la propria mancanza di coraggio, serve ascoltarla e lasciare che ci spinga lì dove un piccolo desiderio di tranquillità non ci potrà mai portare. Oltre le linee di confine del nostro ego, oltre l’orizzonte che vediamo e di cui siamo certi, nel mare aperto, a cercare altri infiniti orizzonti e possibilità.
Altre volte, sembra quasi che l’attaccamento alla nostra sofferenza faccia ostacolo da sé. Quando soffrire diventa talmente un’abitudine, un modo di riconoscersi e riconoscere la propria storia, che risulta sempre più difficile uscire da logiche ripetitive di lamentela, autocommiserazione, pessimismo, sfiducia, rabbia. E il tempo passa così. E le mura della nostra casa dolorosa, di cui conosciamo tanto bene ogni centimetro cubo da muoverci anche a occhi chiusi, si ispessiscono. Uscire appare sempre più difficile, più rischioso che mai. «Come passano rapidamente i giorni! – scrive ancora Nichiren in Lettera a Niike – Non sappiamo quanto poco ci resta da vivere. Gli amici con i quali ammiriamo la fioritura dei ciliegi una mattina di primavera, sono spazzati via insieme ai fiori dal vento dell’impermanenza, lasciando di sé nient’altro che i loro nomi. Benché i fiori siano scomparsi, la prossima primavera sbocceranno ancora, ma quando rinasceranno quelle persone? I compagni con i quali componiamo poesie in onore della luna nelle sere d’autunno scompaiono insieme alla luna dietro le nubi dell’impermanenza. Solo le loro mute immagini rimangono nei nostri cuori. La luna è tramontata dietro le montagne a occidente e nel prossimo autunno noi comporremo per lei altre poesie. Ma dove sono ora i nostri compagni scomparsi? Persino quando la Tigre dell’impermanenza ci ruggisce all’orecchio, noi non la sentiamo».
Anche la paura della morte, anche sentire il dolore del tempo che se ne va può servire.
A usarlo questo istante, questo momento, questa fortuna di essere vivi. Questa occasione di sperimentare quanto la fede può davvero aiutarci a percorrerlo il mare della vita. Svelando illusioni, vincendo paure, scoprendo il coraggio di vivere e fare dei sogni, dei desideri che abbiamo, realtà. Terra nuova, felicità.
La felicità che si costruisce e che resta, come memoria viva, come ricchezza, non ha paura del dolore. Non ha paura di fare i conti con la sofferenza, di attraversarla. E non si tratta – solo – della gioia per un bel voto all’esame, per una casa comprata, un amore appena incontrato, né della soddisfazione per un complimento, un riconoscimento, né dell’esaltazione per un colpo di fortuna, un beneficio ottenuto. Fa tutto bene, ma la felicità che resta ha un altro colore, e non finisce, non muore. Ha il colore della fatica che è servita, che ha trasformato i nostri occhi annebbiati. Ha il colore del coraggio che possiamo scoprire in noi ogni istante, ha le note di qualcosa di immutabile a cui possiamo attingere ogni volta che vogliamo, perché sappiamo che c’è. Ha il sapore della fede che rimane e con la quale possiamo continuare a navigare.