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BEKET

Beket è il terzo atto della trilogia in bianco e nero dedicata alla solitudine (il corto "Bombay: Arthur road prison" (1998) sul carcere, il film "Girotondo, giro intorno al mondo"(1998) sull’emarginazione e questo secondo lungometraggio di finzione su crisi di identità, mancanza di scopo della vita, incomunicabilità, è una parafrasi, una versione "dinamizzata del beckettiano "Aspettando Godot"; "dinamizzata " nel senso che, invece di starsene fermi ad aspettare, Vladimiro ed Estragone (qui ribattezzati Jajà e Freak) per andare da Godot si mettono on-the-road per la strada che solca un paesaggio desertico . Attraverso la lucentezza - non artificiale - della fotografia di Tarek Ben Abdallah, si ammira per lo più una Natura desertica, sterminata e predominante (quasi del tutto in Sardegna, con un tocco di Umbria), dai non-luoghi senza tempo, misteriosi, affascinanti e funzionali all’astrazione.
In una sintesi già evidente nel titolo, "Beket" omaggia il teatro dell’assurdo che è nella formazione e nell’esistenzialismo del regista Davide Manuli, già autore del libro di poesie "la mia incapacità di stare al mondo"

Il teatro dell’assurdo è un particolare genere teatrale sviluppatosi tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Si caratterizza per i dialoghi senza significato, ripetitivi e capaci di suscitare l’ilarità del pubblico a dispetto del dramma che i personaggi interpretano. Aspettando Godot è una tragicommedia dominata dalla sensazione di incomunicabilità e dalla crisi di identità degli esseri umani che vivono una vita priva di scopo e di significato. E’ uno dei più noti testi teatrali del Novecento dove è geniale la trovata dell’autore di un protagonista assente e dove tutto è costruito intorno alla condizionedell’attesa.

Beket è una affascinante commedia surreale, film-rompicapo, burlesque esistenzialista, un po' anni 60, quando l'interpretazione era un gioco di intimità collettiva, non di società. Il film, impegnativo alla visione, pieno di riferimenti, intelligente ma (consapevolmente) criptico, è una commedia della solitudine in forma di itinerario geografico-esistenziale,: E’ stato realizzato con un budget bassissimo, troupe ristretta, riprese veloci (girato in neanche due settimane); è costruito in unità sceniche a sé stanti che spezzano linearità e regole narrative.

Il film presenta vaghi richiami di esistenziale non sense alla Ciprì e Maresco che propongono una visione alternativa al futuro immaginario, il futuro tecnologico tramandato dalla tradizione, mostrando un mondo consumato e ridotto all'osso. In un ambiente contornato di ruderi, di macerie di resti industriali o urbani, si muovono dei resti che invece sono umani.

La pellicola si apre con un boxeur in allenamento, Simone Maludrottu, che sferra pugni al vuoto, vicino a pale eoliche che ricordano mulini a vento donchisciotteschi. Citando proprio Samuel Bekett : tentare di nuovo, fallire meglio ma non arrendersi alla dura realtà della vita

Due uomini, giacca e cravatta l'uno, giacca di pelle l'altro, che non si conoscono, che conosceremo via via «dentro» come non succede mai nei film, Freak (Luciano Correli) ex cantante punk che non sa se si sente infelice e teme una vita solitaria, l'altro francese(Jèrome Duranteau) indeciso tra famiglia e eroina, si incontrano a un bus stop nella landa desolata. Arriva il bus, ma vola sulle loro teste. Era il bus che portava a Godot, il Dio che si è manifestato al di là della montagna sotto forma di sonorità musicale. Avendo perso il bus, Freak e Jajà decidono allora di cercarlo a piedi. Iniziano così un viaggio che farà loro incontrare i bizzarri personaggi che abitano questa landa.

Faranno incontri strampalati, incroceranno altri folli fuori dal mondo (Adamo ed un’affamata e lesbica Eva, agenti segreti, Fabrizio Gifuni e Paolo Rossi (in immagine televisiva), il mariachi/oracolo Roberto “Freak” Antoni che canta alcuni brani dei suoi Skiantos, guardiani di capre, cowboys, una Grande Madre(una sirena bellissima, forse assassina) il richiamo al gruppo di rock-demenziale "Stinchi di santi", un bambino messaggero di Godot), mentre tra dialoghi e azioni non-sense si parla di "teatro primordiale" e de "l’isola che non c’è", con ripetizioni in una ciclicità che arriva fino all’inversione dei ruoli. Sono gli oggetti di affezione di questa Via Lattea in versione dark. Freak Antoni è il Mariachi, il cantore dell'amore che conosce le nefandezze della vita. Ma è anche la Sibilla, il Circe uomo. Che racconta, e quasi canta, abbassando l'intonazione al grado zero, in un mondo vuoto e senza orizzonti, in bianco e nero e tra mille tipi di grigi in un paesaggio forse post-atomico, certo post-punk, ma con intatta passione comunicativa, le ultime sue peripezie esistenziali.

Purtroppo però prima della fine del loro viaggio... Freak e Jajà troveranno la morte prima di arrivare al loro Dio…

Manuli non nega cinefilia e citazioni, sfida piuttosto tutti a trovarle e a bearsene, ci permette di riscoprire un cinema che va fatto e invece tutti si impegnano a nascondere e ancora più ostinatamente a ignorare. Davide Manuli è stato premiato a Locarno 2008 e in altri festival estremi, Non a caso è Locarno ad aver scovato e amato Beket che ora, piccolo miracolo, trova una distribuzione che va aiutata e sostenuta. Linguaggi come questo, anche quando non incontrano il gusto di tutti, vanno protetti perché sono fonte d'ispirazione per un cinema migliore e più originale. Una festa cinefila in cui si celebra la non omologazione, alla faccia della tv trash.

Presentazione curata da Lorenzo Saglio in collaborazione con il Libero Arbitrio

Etichette: sardiniafilmfestival

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